Utopia climatica #2

«Quei babbei effeminati usano inchiostro e carta per creare personaggi viventi e respiranti e tridimensionali», proseguì. «Splendido! Come se questo pianeta già non stesse morendo perché abitato da tre miliardi di personaggi viventi e respiranti e tridimensionali!»

Così Kilgore Trout ritrae l’Accademia Americana di Arti e Lettere in Cronosisma di Kurt Vonnegut (Minimum Fax, 1997). Parto dalle sue parole per allacciarmi al post di La Linea Laterale (Lamentarsi per noi e la Terra) sulla necessità di immaginare quello che non c’è perché mi sembra siano la risposta perfetta alla domanda sollevata da Ghosh ne La Grande Cecità (Neri Pozza, 2017):

qual è il posto del non-umano nel romanzo moderno?

Ciò che porta alla luce Ghosh – e che Danilo giustamente rimarca – è la mancanza di rappresentazione del cambiamento climatico e dei fenomeni naturali all’interno della letteratura, con una certa abitudine a fare narrativa realistica nascondendo la realtà. Come se appunto la realtà fosse soltanto quella dei personaggi criticati da Trout e non presentasse invece discontinuità e salti, anche enormi. E così ciò che nella realtà è improbabile, nel romanzo diventa impossibile.

Non in tutta la letteratura però. Il fantastico ha gli strumenti per raccontare il disagio che è frutto dell’improbabilità di una catastrofe ambientale, per descriverne lo sgomento, lo stravolgimento. La leggerezza di Ghosh è quella di sottovalutare un genere, il fantastico appunto, attribuendo una distinzione nella qualità letteraria laddove la divergenza tra i generi risiede invece nella diversità delle prospettive adottate per raggiungere quello che è lo scopo della letteratura, ovvero non una descrizione della realtà, ma un’epifania della verità. In questo senso, la fantascienza in modo particolare è più equipaggiata della letteratura mainstream, non solo nel mettere insieme Natura e Cultura, ma perché in essa è più radicato l’uso dell’espermento mentale, il What if tanto necessario alla scienza quanto all’arte, sia nel genere distopico (si pensi a Philip K. Dick solo per fare un esempio) che, con altrettanta efficacia anche se con meno frequenza, nel genere utopico (Aleksandr Bogdanov, Ursula K. Le Guin).

Manquer d’imagination, c’est ne pas imaginer le manque

C’è un bellissimo saggio di Sandro Moiso che si chiama Ripartire dal ‘68 (o dal 1848)? ed è contenuto all’interno di Immaginari alterati (Mimesis, 2018). In questo saggio, dal sottotitolo Immaginario, conoscenza, potere e rivoluzione, Moiso getta luce sulla necessità di immaginare come atto politico, poiché è immaginare qualcosa che non c’è che dà sostanza a questo qualcosa e di fatto è il primo passo affinché si realizzi, prenda corpo. Rende possibile ciò che prima non era pensato, ed è solo il possibile che può diventare vero. Mancare di immaginazione, come recita una scritta sui muri dell’Università di Nanterre, è non riuscire a immaginare ciò che manca. Serve perciò non solo saper immaginare, ma spingere l’immaginazione verso ciò che è essenziale che ci sia, che ancora manca, e poter così inventare il mondo.

«Sotto un certo punto di vista, è davvero l’Uomo a inventare il mondo fisico in cui vive, poiché per motivi inerenti al bisogno di conoscenza costruisce dei sistemi interpretativi che ancor prima elabora nel suo pensiero. Li immagina.»

L’immagine che accompagna questo articolo è tratta da De aquatilibus. Parisiis, Petri Bellonii [1553]

Stare

Dizionario De Mauro online:

1. di qcn., restare in un luogo senza muoversi o allontanarsi; trovarsi in un dato ambiente, luogo o situazione
2. con valore copulativo, essere in una determinata condizione, spec. seguito da determinazioni che specificano un atteggiamento, un’espressione, una posizione del corpo | spec. con riferimento alle sensazioni prodotte nel soggetto da una situazione, da una posizione determinata | tenersi, rimanere

Stare è ciò che si realizza nello yoga: si prende una posizione e si sta. È una pratica che richiede disciplina e insieme abbandono, un fare e un non fare nello stesso tempo. È anche ciò che a volte serve per esser pronti a compiere una scelta o iniziare un progetto.

Stare è ciò che alcune situazioni particolari richiedono: una quarantena, certo, ma non solo. Un lutto. Un abbandono. Il tempo va avanti e si ferma nello stesso momento, e bisogna accettare.

«Ma poi entri in cucina e c’è la torta, ancora cruda, sul tavolo di legno, la metà della superficie già punzecchiata con la forchetta, l’altra ancora liscia, mamma con la forchetta sospesa per aria, la forchetta immobile, lei imbambolata, e allora capisci che a casa saremo sempre quasi sei.»

Laja Jufresa racconta tutto questo mentre parla di qualcos’altro nello splendido Umami: un romanzo di donne che possono essere soltanto o madri o figlie, e portano il peso dell’incompletezza di questo rapporto. Ma anche un romanzo di vicinanza, di condivisione e di intimità.

La mia recensione di Umami si trova su LN-LibriNuovi.

L’immagine che accompagna l’articolo è tratta da Icones of Japanese algae. Tokyo,Kazamashobo[1907-1942]

Invito

Dall 24 ottobre alle 17.30 condurrò in Biblioteca Civica Alessandro Passerin d’Entrèves il primo incontro del gruppo di lettura

Narratrici Fantastiche

Leggeremo Il raccontro dell’Ancella di Margaret Atwood (7 e 21 novembre) e proseguiremo con i racconti di Shirley Jackson La Lotteria e La ragazza scomparsa (5 e 19 dicembre).

Gli incontri si terranno ogni due settimane, il giovedì dalle 17.30 alle 19.00.
La partecipazione è gratuita e aperta a tutti.

L’immagine proviene da Wikipedia

Utopia climatica #1

Avviare delle politiche di giustizia climatica entro il 2030, ovvero entro i prossimi 11 anni: il tempo massimo per intervenire a limitare il riscaldamento globale al di sotto di 1.5 gradi secondo il rapporto IPCC pubblicato a ottobre 2018. Questo è il piano che i democratici americani, con la spinta della giovane deputata Alexandria Ocasio-Cortez, hanno presentato al Congresso come Green New Deal: un piano ambizioso, che modificherebbe in maniera radicale il paradigma liberista e che pertanto è stato tacciato di ecosocialismo o ambientalismo rosso.

Abbiamo davanti agli occhi le immagini delle fiamme che stanno divorando l’Amazzonia, ma l’incendio è solo il più recente di una lunga serie di delitti ambientali perpetrati con sempre maggiore sfrontatezza. Ed è di pochissimi giorni fa il discorso How dare you? di Greta Thunberg al Summit sul clima di New York, appello che ha commosso le Nazioni Unite e il mondo intero, ma che sembra rimanere inascoltato. Intanto, il Parlamento Europeo ha approvato il documento sulla Memoria comune dell’Unione in cui si assimila comunismo e nazifascismo per atrocità e si lascia così intendere che l’unico ordinamento possibile e auspicabile è il capitalismo.

Cosa c’entra?

Secondo Naomi Klein c’entra moltissimo, e ce lo spiega nel suo Il mondo in fiamme – sottotitolo: contro il capitalismo per salvare il clima – (Feltrinelli, 2019), uscito proprio nel pieno del dibattito pubblico sull’emergenza climatica. Si tratta di una raccolta di saggi, reportage e interventi pubblicati nel corso di dieci anni e rivisti per questa edizione, che analizzano le motivazioni alla base del negazionismo climatico ed esplorano le opportunità di trasformazione e i percorsi possibili verso una società più giusta e sostenibile.

La tesi di Klein, reporter e attivista da più di vent’anni, è che non ci si può occupare di emergenza climatica senza pensare di affrontare tutte le emergenze sociali che logorano il presente, e che sono sostanzialmente prodotto di uno sfruttamento insensato di terre, risorse e persone all’unico scopo di arricchire una minima percentuale di abitanti del pianeta (che non accidentalmente sono maschi e bianchi). Il capitalismo è all’origine della crisi che stiamo vivendo ed è per questo che è necessario un approccio intersezionale, che miri a dare una nuova struttura a economia e società così come fece, negli anni Trenta, il New Deal, il piano messo in atto dall’amministrazione Roosvelt per scongiurare la grande depressione e che prevedeva un massiccio intervento statale. Ed è proprio per questo che le destre gridano al complotto socialista.

Due sono i principali pilastri sui quali poggia il negazionismo dei governanti: uno di questi è l’arroganza di pensare che le conseguenze del riscaldamento globale siano trascurabili, dal momento che gli effetti più tragici ricadono sulle fasce di popolazione più deboli e già svantaggiate. Questo è uno dei motivi per cui, ad esempio, sempre più spesso assistiamo a manifestazioni di ecofascismo, la cui risposta è dettata dalla chiusura agli altri: si alzano muri, si chiudono porti, si alimenta l’odio e si cerca in tutti i modi di isolare l’altro e di colpevolizzarlo.

“il vero senso dell’othering è che l’altro non possiede gli stessi diritti, la stessa umanità di chi attua questa distinzione”

L’altro, la consapevolezza che una risposta efficace all’emergenza climatica è possibile solo facendo a pezzi il mito del libero mercato e sovvertendo gli attuali sistemi di potere e ricchezza. “Le vere soluzioni climatiche”, scrive Klein, “sono quelle che ripensano gli interventi statali in modo da decentrare e devolvere sistematicamente potere e controllo a livello comunitario, attraverso rinnovabili controllate dalle comunità, agricoltura ecologica o sistemi di trasporti realmente accessibili per gli utenti”. E in quest’ottica, le soluzioni tecnologiche della geoingegneria o l’aumento dell’efficienza non sono soltanto inutili, ma possono creare maggiori danni: le prime perché non abbiamo di fatto modelli sufficientemente affidabili per comprenderne gli esiti possibili, le seconde per l’effetto di aumentare ulteriormente i consumi già folli.

In questo scenario terribile, la voce di Klein non è tuttavia catastrofista, ma guarda con fiducia ai nascenti movimenti sociali -su tutti, Friday for Future- che si impegnano nella battaglia climatica e alla crescente consapevolezza delle comunità sulla giustizia climatica. “L’ostacolo di gran lunga più grosso che ci si para di fronte”, leggiamo nelle pagine conclusive del volume, “è la disperazione. La sensazione che sia troppo tardi, che abbiamo lasciato correre troppo a lungo, e che non concluderemo mai il lavoro con una scadenza così ravvicinata”.

Klein sviscera con competenza e passione gli aspetti sociali ed economici del Green New Deal con una scrittura chiara e agile anche per i non addetti ai lavori, che frequentemente si aggancia all’attualità e che, nei punti più critici, viene arricchita di annotazioni che chiariscono i termini tecnici o fanno il punto sugli sviluppi dei problemi affrontati. Non mancano ripetizioni e ridondanze, essendo il libro una raccolta di più interventi. E tuttavia, per quanto ne venga fornita un’idea generale, alcuni argomenti avrebbero potuto trovare più spazio perché effettivamente centrali nello sviluppo di un mondo possibile. In particolare, i lavori di cura sono più volte nominati dall’autrice come lavori verdi ma mai sufficientemente approfonditi. Riporto dall’ottimo articolo Ecologia della cura di Tithi Bhattacharya, pubblicato su Jacobinmag.com e tradotto in Italiano su Jacobin Italia N. 4 (autunno 2019):

“Scuole e ospedali, edilizia pubblica e trasporti: tutti questi progetti che alimentano la via e la rendono migliore non sono solo dei mezzi per un futuro ecologicamente sostenibile: sono spazi che ci permettono di immaginare una visione alternativa della ricchezza, sperimentando forme in cui il lavoro umano possa essere impiegato per la produzione di solidarietà, bellezza e mutui piaceri”

Sono spazi, potremmo aggiungere facendo un ulteriore passo avanti, che mettono in discussione le definizioni di dignità e umanità e consentono loro un’estensione più ampia e inclusiva, in grado di superare le disuguaglianze persistenti nei nostri modelli sociali ed economici.

L’immagine che accompagna l’articolo è tratta da L’Illustration horticole. Gand, Imprimerie et lithographie de F. et E. Gyselnyck [1854-1896]

Ancora sui padri

La voliera

Quando eravamo bambini, all’uscita della scuola mio padre passava dal forno per prendere il pane e ci comprava un sacchetto di brioscine con la giggiulena. Ce n’erano otto in ogni busta, tonde e panciute come quelle dei gelatai oppure affusolate come dei piccoli panini. Lui prendeva quelle lunghe, per farcirle, ma a me piacevano semplici, senza niente sopra se non il profumo della giggiulena tostata. Apriva la busta mentre eravamo ancora in macchina e io annusavo dentro, poi ne prendevamo una ciascuno da mangiare prima di arrivare a casa, mentre erano ancora un po’ tiepide. Quando poi finivano, nella busta rimanevano tutti i semini che si erano staccati dalla superficie delle brioscine. Allora mio padre passava una mano sulla plastica in modo che la busta diventasse liscia liscia e i semi si raccogliessero tutti in un angolo. Poi tirava su una punta del sacchetto con due dita e lasciava che una fila di semini cadesse giù lungo la giuntura e finisse nel cavo della sua mano. Infine, andavamo sul balcone, lui apriva il pugno chiuso alzando il mignolo e lasciava scivolare i semini sull’angolo della ringhiera di ferro, formando una collinetta di mangime per i passerotti che si trovavano a volare lì vicino. Questa operazione aveva luogo più o meno due volte a settimana, e ogni volta io restavo incantata da quel gesto delicato che prendeva forma dalle mani grosse e scure di mio padre, mi sembrava una magia antica che quel gigante si prendesse cura di creature così innocenti come i passerotti.

Mio padre si sta accorciando. Credo sia per l’età, gli anni si posano sulle sue spalle e poco a poco lo schiacciano con il loro peso. Rimpicciolendosi, diventa anche lui innocente e bisognoso di cure. Solo le sue mani restano sempre grandi e scure.

L’ultima volta che sono andata a trovarlo, aveva montato sulla terrazza una voliera. Una gabbia enorme, con le sbarre di ferro, sgraziate, e il fondo coperto di carta da fruttivendoli. Alla base, aveva montato delle piccole ruote per portarla al riparo nelle giornate troppo fredde e ventose. Appollaiati su un grosso ramo ancora fresco per la recente potatura, la voliera ospitava tre canarini, due gialli e uno arancio vivo come corallo. Il concerto di cinguettii mi ha riportata a quando passavano le domeniche da mia nonna, che sempre aveva in casa canarini, oltre ad animali di ogni genere e stazza, abbandonati sulla strada al limitare della campagna, ai quali dava riparo per pietà. I gorgheggi squillanti mi diedero conferma di un fatto che mi sembrava sempre più chiaro: mio padre, invecchiando, si faceva sempre più simile a sua madre, sia nei modi di fare e di dire, nelle espressioni del viso e ora anche nella mania dei canarini. Sceglieva come cibo per loro le verdure in base al colore, per rendere i piumaggi più brillanti e io ho pensato, con rancore e anche invidia, che queste cure che aveva per gli uccellini, non le aveva avute per noi.

Qualche tempo fa ho sentito mio padre al telefono. La sua voce era più bassa, rauca, come una macchia di umidità sul soffitto, che diventa più scura dopo una nottata di pioggia. Uno dei canarini era morto e un altro stava sul suo ramo di limone torvo e gonfio. Immobile e senza una zampa.

La mattina dopo ho ricevuto la telefonata di mia madre. I canarini erano morti tutti e tre, probabilmente un falchetto, di quelli che vedevamo ogni tanto aggirarsi sul giardino di fronte casa, aveva infilato il becco tra le sbarre della gabbia e fatto razzia. La testa del canarino corallo era precipitata sul pavimento della terrazza, rotolando fin sotto la porta della lavanderia, mentre il suo corpo decapitato giaceva esanime sul fondo di carta della gabbia, in mezzo al sangue e al guano, tra le bucce del becchime. La scena era raccapricciante, ma in mio padre il disgusto era impastato di tristezza e incredulità, e mentre mia madre mi raccontava i dettagli, io ho pensato che tutto questo lo avrebbe fatto accorciare, prosciugato dall’interno come una pesca dimenticata per troppi giorni dentro una fruttiera. A quest’ora, doveva essere diventato più basso di me, e mi sono chiesta cosa avrei provato nell’incontrarlo e constatare di aver perso il momento in cui i nostri occhi si sarebbero trovati alla stessa identica altezza. Avrei dovuto prendere atto dello scambio di ruoli senza che ci fosse stato un passaggio di testimone, un punto esatto all’intersezione tra le curve della sua e della mia vita.

Pochi mesi fa ho preso una breve pausa primaverile dal lavoro e sono andata a trovare i miei genitori per qualche giorno. In un angolo della terrazza c’è ancora la voliera, a prendere ruggine e scirocco, di fianco alla cassettiera con gli attrezzi da giardinaggio. Mio padre si è accorciato, ma non così tanto da dover guardarmi dal basso in su. Ancora un paio di centimetri ci separano dall’essere allineati. Con la mano, sempre grande e sempre scura, mi ha indicato il vaso dove cresce il ciliegio, un alberello che in vita sua ha prodotto soltanto fiori, dolcissimi e sterili. Mi sono avvicinata a guardare meglio. Ai piedi dell’alberello spuntavano un ciuffo di carote e una piantina di sedano. «Li ho visti la settimana scorsa, ho aspettato che arrivassi tu per raccoglierli. Li mangi?»

Probabilmente, il vento aveva soffiato via quei semini dalla mangiatoia nella voliera, e li aveva lasciati cadere in mezzo alla terra.

Ho fatto di sì con la testa.

Con le mani grandi e scure, mio padre ha scostato un poco la terra e ha raccolto le verdure, tirandole su piano piano, in modo che non si strappassero. Le ha sciacquate sotto l’acqua corrente, accarezzandole con il dito per pulirle bene e me le ha affettate in una ciotolina di vetro, cospargendole sale, olio e semi di giggiulena tostata.

L’immagine che illustra il racconto è tratta da The British warblers. London,R.H. Porter et al.[1907-1914]

Di carpe e di padri

Un paio di mesi fa, durante la summer school AI:towards a critical utopia organizzata dal Nexa Center , ho avuto l’opportunità di seguire il seminario della poliedrica Fern Leicher Nesson e di suo marito Charles su verità matematica e verità sociale.

Raccontando alcune scene della loro vita familiare (chissà da dove nasce l’abitudine dei professori americani di portare a esempio i propri figli), Charles Nesson ha utilizzato un termine bizzarro, Carpian, per definire l’atteggiamento di chi cerca con malafede un difetto nell’altro, pur in una situazione pacifica e serena.

Mi è venuta in mente questa parola per aprire questo post, perché il libro che ho recensito per LN parla molto di pesci e in special modo di carpe; ma parla anche di padri e di tante altre cose. La morte dei caprioli belli (Keller, 2013) è sicuramente una delle letture che ho amato di più quest’anno e sono contenta di poterne scrivere. E, pur guardandolo in una prospettiva carpiana, è davvero difficile trovarne scalfiture: è una gemma brillante e preziosa. La recensione si trova su LN-LibriNuovi.

L’immagine che illustra questo articolo è tratta da Ichtyologie, ou, Histoire naturelle, générale et particulière des poissons : avec des figures enluminées, dessinées d’après nature. Berlin, M.E. Bloch [1723-1799]