La mattina del 27 giugno

Quando il racconto di Shirley Jackson La lotteria venne pubblicato per la prima volta sul New Yorker il 26 giugno 1948, la redazione fu subissata da una valanga di lettere di lamentela e alcuni dei lettori decisero di disdire il proprio abbonamento al settimanale.

La storia, brevissima, mostra come siamo disposti ad accettare le più atroci crudeltà perché si è sempre fatto così. Il tradizionale rito della lotteria — un’attività civica come le altre — ha subito nel tempo alcune modifiche legate agli aspetti più esteriori o a motivi di praticità, ma il suo centro è rimasto invariato dai tempi più remoti, e così le persone che vi partecipano (i bambini in prima fila):

“The people had done it so many times that they only half listened to the directions; most of them were quiet, wetting their lips, not looking around.”

E, sottolineano i vecchi, l’usanza va preservata e coloro che provano a fare diversamente non sono altro che “pack of crazy fools”.

Ma il tema profondo del racconto è quello sempre ricorrente nelle narrazioni dell’autrice: una brutalità profonda che impregna la quotidianità e che lascia di ghiaccio non appena rivelata. Come le parole di Mary Katherine Blackwood nelle prime pagine di Abbiamo sempre vissuto nel castello:

«Mi sarebbe piaciuto entrare lì dentro una mattina e vederli tutti quanti, compresi gli Elbert e i loro figli, sdraiati a terra e in lacrime, a morire di una morte atroce. Allora mi sarei servita da sola calpestando I corpi, pensai, prendendo quello che mi pareva dagli scaffali, e poi me e sarei tornata a casa, ma forse prima di uscire avrei mollato un calcio a Mrs. Donell. Non mi sentivo in colpa nemmeno un po’ ad avere questi pensieri; speravo solo che si avverassero.»

Non a caso, dunque, il vincitore della lotteria viene lapidato dai propri compaesani, subendo un supplizio che si basa su un atto antichissimo di ferocia collettiva. E più atroci risuonano, infine, le parole di Tessie Hutchinson “Wouldn’t have me leave m’dishes in the sink, now, would you, Joe?”, come se nel presagio della morte lasciare la casa in disordine fosse il vero comportamento inaccettabile.

L’immagine che accompagna questo articolo è tratta da The Lepidoptera of Ceylon. London, L. Reeve & co. [1880-1887]

Tre morti di Tolstoj in cinque righe

Sono salita dalla vecchia del terzo piano a farle le condoglianze. «Mi dispiace per suo marito» ho detto. «A me no,» dice lei, «francamente non lo sopportavo più». E io ho pensato che forse anche il marito di Mar’ja Dmìtrievna non la sopportava più, e quindi questa morte somigliava a quella, ma lui non l’avrebbe mai detto a voce alta, e allora forse era più simile a quell’altra.

Ho provato a catalogare le morti delle persone che ho conosciuto, ma finivano quasi tutte nella categoria uno (“tisica”) e ci ho rinunciato, perché ho capito che sono io troppo impietosa.

E adesso, un minuto di silenzio per tutte le piante che ho ucciso e per le quali non c’è stato alcun ondeggiare maestoso di rami.

L’immagine che accompagna questo articolo è tratta da Ibis. Londra, British Ornithologists’ Union [1901]

Stella stellina, la notte si avvicina

Leggendo La notte si avvicina, crudele e bellissimo, ho pensato molto a Buzzati e in particolare al racconto Una cosa che comincia per Elle, con quel senso opprimente di fatalità e di condanna che si accresce e incombe fino a sopraffare chi legge. Caccia all’untore come caccia alle streghe e, in senso più ampio, caccia al mostro.

Ma ho pensato anche al bellissimo Bestiario di Italia di Gabriele Pino, che sono tornata a sfogliare in questi giorni riempiendomi di meraviglia.

La recensione libro di Loredana Lipperini su Librinuovi.net

L’immagine che accompagna questo articolo è tratta da Illustrations of Indian zoology. London, Treuttel et al. [1835]

Tu che mi guardi, tu che mi racconti

Karen Blixen racconta una storia che le raccontavano da bambina. Un uomo, che viveva presso uno stagno, una notte fu svegliato da un gran rumore. Uscì allora nel buio e si diresse verso lo stagno ma, nell’oscurità, correndo in su e in giù, a destra e a manca, guidato solo dal rumore, cadde e inciampò più volte. Finché trovò una falla sull’argine da cui uscivano acqua e pesci: si mise subito al lavoro per tapparla e, solo quando ebbe finito, se ne tornò a letto. La mattina dopo, affacciandosi alla finestra, vide con sorpresa che le orme dei suoi passi avevano disegnato sul terreno la figura di una cicogna.

Il protagonista del racconto di Karen Blixen ha una fortuna non comune, poiché riesce, dopo la nottata trascorsa a risistemare gli argini dello stagno, a vedere dall’alto, con i propri occhi, la cicogna che egli stesso ha disegnato camminando e scivolando nel fango.

Partendo dal racconto di Blixen e dall’analisi che Hannah Arendt ha condotto sulla narratrice danese, Adriana Cavarero tratteggia in modo brillante una Filosofia della narrazione che concentra le proprie riflessioni sul se narrabile di ognuna e ognuno di noi attraverso un’analisi dei miti e delle grandi narrazioni condotta sotto una luce femminista.

Se in Vita Activa “Essere e apparire coincidono”, allora l’identità è necessariamente relazionale, poiché ha bisogno dell’altro per realizzarsi, esponendosi e agendo al suo cospetto. Per conoscere la mia identità, io ho bisogno che l’altro me la racconti, rivelandomene il disegno. Tale disegno risulta da un vissuto che non può essere progettato a priori: le nostre azioni, compiendosi nella pluralità e nella relazione con gli altri, hanno conseguenze imprevedibili, e pertanto è solo con uno sguardo retrospettivo che è possibile vedere la figura lasciata dal solco dei nostri passi. Si crea così una relazione speciale tra ciascun essere umano, la sua storia di vita e il narratore di questa, un legame alla base del quale c’è un “tenace rapporto di desiderio”, il desiderio di essere narrati. Come infatti Ulisse, ospite del re dei Feaci Alcinoo, si scioglie in pianto ascoltando il racconto delle proprie gesta dalla bocca del cieco aedo, riconoscendo dunque un’unità nell’insieme delle proprie esperienze, così ciascuno può riconoscere la propria unicità attraverso la propria storia narrata dagli altri. È dal racconto, infatti, che può emergere un disegno unitario, la cicogna di cui parla Karen Blixen ne La mia Africa e che Adriana Cavarero riprende nel volume:

Secondo Karen Blixen, la domanda “chi sono, io” sgorga infatti, prima o poi, dal moto di ogni cuore. Si tratta di una domanda che solo un essere unico può pronunciare sensatamente. La sua risposta, come sanno tutti i narratori, sta nella regola classica di raccontare una storia.

L’essere è unico non solo nel senso che è dotato di unicità, ed è dunque diverso da tutti gli altri, ma nel senso che è dotato di unità, ed è questa caratteristica che, come per Ulisse, risulta evidente grazie alla narrazione. Non è possibile vedere e riconoscere da soli tale unità: anche la memoria più efficiente non è in grado di accedere all’inizio dell’esistenza e il nostro autoritratto è inevitabilmente incompleto e insoddisfacente. È proprio dall’esigenza di sentirsi raccontare il proprio inizio che nasce in noi il desiderio di essere raccontati. Ed è la madre che può narrare tale inizio.

“È l’elemento musale dell’epica, in senso lato. Esso crea la rete che tutte le storie finiscono per formare fra loro. L’una si riallaccia all’altra, come si sono sempre compiaciuti di mostrare i grandi narratori, e in primo luogo gli orientali. In ognuno di essi vive una Sherazade, a cui, a ogni passo delle sue storie, viene in mente una storia nuova.”

Walter Benjamin

L’elemento femminile è dunque alla base dello storytelling. Se la ricerca dell’universale, del che cosa, ha caratterizzato e caratterizza la filosofia, che guarda all’essenza dell’Uomo sopprimendo l’unicità individuale, l’attitudine al particolare ha fatto sì che le donne, escluse a lungo dalla possibilità di essere soggetti in uno spazio collettivo e dunque di esprimere la propria unicità, sviluppassero una capacità di narrare eccellente, facendo del racconto delle storie di vita un’azione politica (nel senso arendtiano). Non è casuale, in effetti, che l’amicizia femminile consista in una continua narrazione, reciproca e non esclusiva.

Oltre al racconto omerico, Cavarero porta a esempio una costellazione di miti e storie (da Edipo a Sherazade, passando per Euridice ed Emilia) che arricchiscono la bibliografia, imperniata sui lavori di Hannah Arendt e, soprattutto, stimolano l’approfondimento dei temi trattati in modo ampio e suggestivo.

Tu che mi guardi, tu che mi racconti è un’opera luminosa e feconda che, grazie a un’argomentazione articolata ma sempre chiara nella scrittura, rende possibile accostarsi a una tra le voci più interessanti del pensiero contemporaneo.

L’immagine che accompagna questo articolo è tratta da The birds of North America. Philadelphia, J.B. Lippincott & Co. [1860]

Utopia climatica #2

«Quei babbei effeminati usano inchiostro e carta per creare personaggi viventi e respiranti e tridimensionali», proseguì. «Splendido! Come se questo pianeta già non stesse morendo perché abitato da tre miliardi di personaggi viventi e respiranti e tridimensionali!»

Così Kilgore Trout ritrae l’Accademia Americana di Arti e Lettere in Cronosisma di Kurt Vonnegut (Minimum Fax, 1997). Parto dalle sue parole per allacciarmi al post di La Linea Laterale (Lamentarsi per noi e la Terra) sulla necessità di immaginare quello che non c’è perché mi sembra siano la risposta perfetta alla domanda sollevata da Ghosh ne La Grande Cecità (Neri Pozza, 2017):

qual è il posto del non-umano nel romanzo moderno?

Ciò che porta alla luce Ghosh – e che Danilo giustamente rimarca – è la mancanza di rappresentazione del cambiamento climatico e dei fenomeni naturali all’interno della letteratura, con una certa abitudine a fare narrativa realistica nascondendo la realtà. Come se appunto la realtà fosse soltanto quella dei personaggi criticati da Trout e non presentasse invece discontinuità e salti, anche enormi. E così ciò che nella realtà è improbabile, nel romanzo diventa impossibile.

Non in tutta la letteratura però. Il fantastico ha gli strumenti per raccontare il disagio che è frutto dell’improbabilità di una catastrofe ambientale, per descriverne lo sgomento, lo stravolgimento. La leggerezza di Ghosh è quella di sottovalutare un genere, il fantastico appunto, attribuendo una distinzione nella qualità letteraria laddove la divergenza tra i generi risiede invece nella diversità delle prospettive adottate per raggiungere quello che è lo scopo della letteratura, ovvero non una descrizione della realtà, ma un’epifania della verità. In questo senso, la fantascienza in modo particolare è più equipaggiata della letteratura mainstream, non solo nel mettere insieme Natura e Cultura, ma perché in essa è più radicato l’uso dell’espermento mentale, il What if tanto necessario alla scienza quanto all’arte, sia nel genere distopico (si pensi a Philip K. Dick solo per fare un esempio) che, con altrettanta efficacia anche se con meno frequenza, nel genere utopico (Aleksandr Bogdanov, Ursula K. Le Guin).

Manquer d’imagination, c’est ne pas imaginer le manque

C’è un bellissimo saggio di Sandro Moiso che si chiama Ripartire dal ‘68 (o dal 1848)? ed è contenuto all’interno di Immaginari alterati (Mimesis, 2018). In questo saggio, dal sottotitolo Immaginario, conoscenza, potere e rivoluzione, Moiso getta luce sulla necessità di immaginare come atto politico, poiché è immaginare qualcosa che non c’è che dà sostanza a questo qualcosa e di fatto è il primo passo affinché si realizzi, prenda corpo. Rende possibile ciò che prima non era pensato, ed è solo il possibile che può diventare vero. Mancare di immaginazione, come recita una scritta sui muri dell’Università di Nanterre, è non riuscire a immaginare ciò che manca. Serve perciò non solo saper immaginare, ma spingere l’immaginazione verso ciò che è essenziale che ci sia, che ancora manca, e poter così inventare il mondo.

«Sotto un certo punto di vista, è davvero l’Uomo a inventare il mondo fisico in cui vive, poiché per motivi inerenti al bisogno di conoscenza costruisce dei sistemi interpretativi che ancor prima elabora nel suo pensiero. Li immagina.»

L’immagine che accompagna questo articolo è tratta da De aquatilibus. Parisiis, Petri Bellonii [1553]

Stare

Dizionario De Mauro online:

1. di qcn., restare in un luogo senza muoversi o allontanarsi; trovarsi in un dato ambiente, luogo o situazione
2. con valore copulativo, essere in una determinata condizione, spec. seguito da determinazioni che specificano un atteggiamento, un’espressione, una posizione del corpo | spec. con riferimento alle sensazioni prodotte nel soggetto da una situazione, da una posizione determinata | tenersi, rimanere

Stare è ciò che si realizza nello yoga: si prende una posizione e si sta. È una pratica che richiede disciplina e insieme abbandono, un fare e un non fare nello stesso tempo. È anche ciò che a volte serve per esser pronti a compiere una scelta o iniziare un progetto.

Stare è ciò che alcune situazioni particolari richiedono: una quarantena, certo, ma non solo. Un lutto. Un abbandono. Il tempo va avanti e si ferma nello stesso momento, e bisogna accettare.

«Ma poi entri in cucina e c’è la torta, ancora cruda, sul tavolo di legno, la metà della superficie già punzecchiata con la forchetta, l’altra ancora liscia, mamma con la forchetta sospesa per aria, la forchetta immobile, lei imbambolata, e allora capisci che a casa saremo sempre quasi sei.»

Laja Jufresa racconta tutto questo mentre parla di qualcos’altro nello splendido Umami: un romanzo di donne che possono essere soltanto o madri o figlie, e portano il peso dell’incompletezza di questo rapporto. Ma anche un romanzo di vicinanza, di condivisione e di intimità.

La mia recensione di Umami si trova su LN-LibriNuovi.

L’immagine che accompagna l’articolo è tratta da Icones of Japanese algae. Tokyo,Kazamashobo[1907-1942]

Invito

Dall 24 ottobre alle 17.30 condurrò in Biblioteca Civica Alessandro Passerin d’Entrèves il primo incontro del gruppo di lettura

Narratrici Fantastiche

Leggeremo Il raccontro dell’Ancella di Margaret Atwood (7 e 21 novembre) e proseguiremo con i racconti di Shirley Jackson La Lotteria e La ragazza scomparsa (5 e 19 dicembre).

Gli incontri si terranno ogni due settimane, il giovedì dalle 17.30 alle 19.00.
La partecipazione è gratuita e aperta a tutti.

L’immagine proviene da Wikipedia

Utopia climatica #1

Avviare delle politiche di giustizia climatica entro il 2030, ovvero entro i prossimi 11 anni: il tempo massimo per intervenire a limitare il riscaldamento globale al di sotto di 1.5 gradi secondo il rapporto IPCC pubblicato a ottobre 2018. Questo è il piano che i democratici americani, con la spinta della giovane deputata Alexandria Ocasio-Cortez, hanno presentato al Congresso come Green New Deal: un piano ambizioso, che modificherebbe in maniera radicale il paradigma liberista e che pertanto è stato tacciato di ecosocialismo o ambientalismo rosso.

Abbiamo davanti agli occhi le immagini delle fiamme che stanno divorando l’Amazzonia, ma l’incendio è solo il più recente di una lunga serie di delitti ambientali perpetrati con sempre maggiore sfrontatezza. Ed è di pochissimi giorni fa il discorso How dare you? di Greta Thunberg al Summit sul clima di New York, appello che ha commosso le Nazioni Unite e il mondo intero, ma che sembra rimanere inascoltato. Intanto, il Parlamento Europeo ha approvato il documento sulla Memoria comune dell’Unione in cui si assimila comunismo e nazifascismo per atrocità e si lascia così intendere che l’unico ordinamento possibile e auspicabile è il capitalismo.

Cosa c’entra?

Secondo Naomi Klein c’entra moltissimo, e ce lo spiega nel suo Il mondo in fiamme – sottotitolo: contro il capitalismo per salvare il clima – (Feltrinelli, 2019), uscito proprio nel pieno del dibattito pubblico sull’emergenza climatica. Si tratta di una raccolta di saggi, reportage e interventi pubblicati nel corso di dieci anni e rivisti per questa edizione, che analizzano le motivazioni alla base del negazionismo climatico ed esplorano le opportunità di trasformazione e i percorsi possibili verso una società più giusta e sostenibile.

La tesi di Klein, reporter e attivista da più di vent’anni, è che non ci si può occupare di emergenza climatica senza pensare di affrontare tutte le emergenze sociali che logorano il presente, e che sono sostanzialmente prodotto di uno sfruttamento insensato di terre, risorse e persone all’unico scopo di arricchire una minima percentuale di abitanti del pianeta (che non accidentalmente sono maschi e bianchi). Il capitalismo è all’origine della crisi che stiamo vivendo ed è per questo che è necessario un approccio intersezionale, che miri a dare una nuova struttura a economia e società così come fece, negli anni Trenta, il New Deal, il piano messo in atto dall’amministrazione Roosvelt per scongiurare la grande depressione e che prevedeva un massiccio intervento statale. Ed è proprio per questo che le destre gridano al complotto socialista.

Due sono i principali pilastri sui quali poggia il negazionismo dei governanti: uno di questi è l’arroganza di pensare che le conseguenze del riscaldamento globale siano trascurabili, dal momento che gli effetti più tragici ricadono sulle fasce di popolazione più deboli e già svantaggiate. Questo è uno dei motivi per cui, ad esempio, sempre più spesso assistiamo a manifestazioni di ecofascismo, la cui risposta è dettata dalla chiusura agli altri: si alzano muri, si chiudono porti, si alimenta l’odio e si cerca in tutti i modi di isolare l’altro e di colpevolizzarlo.

“il vero senso dell’othering è che l’altro non possiede gli stessi diritti, la stessa umanità di chi attua questa distinzione”

L’altro, la consapevolezza che una risposta efficace all’emergenza climatica è possibile solo facendo a pezzi il mito del libero mercato e sovvertendo gli attuali sistemi di potere e ricchezza. “Le vere soluzioni climatiche”, scrive Klein, “sono quelle che ripensano gli interventi statali in modo da decentrare e devolvere sistematicamente potere e controllo a livello comunitario, attraverso rinnovabili controllate dalle comunità, agricoltura ecologica o sistemi di trasporti realmente accessibili per gli utenti”. E in quest’ottica, le soluzioni tecnologiche della geoingegneria o l’aumento dell’efficienza non sono soltanto inutili, ma possono creare maggiori danni: le prime perché non abbiamo di fatto modelli sufficientemente affidabili per comprenderne gli esiti possibili, le seconde per l’effetto di aumentare ulteriormente i consumi già folli.

In questo scenario terribile, la voce di Klein non è tuttavia catastrofista, ma guarda con fiducia ai nascenti movimenti sociali -su tutti, Friday for Future- che si impegnano nella battaglia climatica e alla crescente consapevolezza delle comunità sulla giustizia climatica. “L’ostacolo di gran lunga più grosso che ci si para di fronte”, leggiamo nelle pagine conclusive del volume, “è la disperazione. La sensazione che sia troppo tardi, che abbiamo lasciato correre troppo a lungo, e che non concluderemo mai il lavoro con una scadenza così ravvicinata”.

Klein sviscera con competenza e passione gli aspetti sociali ed economici del Green New Deal con una scrittura chiara e agile anche per i non addetti ai lavori, che frequentemente si aggancia all’attualità e che, nei punti più critici, viene arricchita di annotazioni che chiariscono i termini tecnici o fanno il punto sugli sviluppi dei problemi affrontati. Non mancano ripetizioni e ridondanze, essendo il libro una raccolta di più interventi. E tuttavia, per quanto ne venga fornita un’idea generale, alcuni argomenti avrebbero potuto trovare più spazio perché effettivamente centrali nello sviluppo di un mondo possibile. In particolare, i lavori di cura sono più volte nominati dall’autrice come lavori verdi ma mai sufficientemente approfonditi. Riporto dall’ottimo articolo Ecologia della cura di Tithi Bhattacharya, pubblicato su Jacobinmag.com e tradotto in Italiano su Jacobin Italia N. 4 (autunno 2019):

“Scuole e ospedali, edilizia pubblica e trasporti: tutti questi progetti che alimentano la via e la rendono migliore non sono solo dei mezzi per un futuro ecologicamente sostenibile: sono spazi che ci permettono di immaginare una visione alternativa della ricchezza, sperimentando forme in cui il lavoro umano possa essere impiegato per la produzione di solidarietà, bellezza e mutui piaceri”

Sono spazi, potremmo aggiungere facendo un ulteriore passo avanti, che mettono in discussione le definizioni di dignità e umanità e consentono loro un’estensione più ampia e inclusiva, in grado di superare le disuguaglianze persistenti nei nostri modelli sociali ed economici.

L’immagine che accompagna l’articolo è tratta da L’Illustration horticole. Gand, Imprimerie et lithographie de F. et E. Gyselnyck [1854-1896]