Tre morti di Tolstoj in cinque righe

Sono salita dalla vecchia del terzo piano a farle le condoglianze. «Mi dispiace per suo marito» ho detto. «A me no,» dice lei, «francamente non lo sopportavo più». E io ho pensato che forse anche il marito di Mar’ja Dmìtrievna non la sopportava più, e quindi questa morte somigliava a quella, ma lui non l’avrebbe mai detto a voce alta, e allora forse era più simile a quell’altra.

Ho provato a catalogare le morti delle persone che ho conosciuto, ma finivano quasi tutte nella categoria uno (“tisica”) e ci ho rinunciato, perché ho capito che sono io troppo impietosa.

E adesso, un minuto di silenzio per tutte le piante che ho ucciso e per le quali non c’è stato alcun ondeggiare maestoso di rami.

L’immagine che accompagna questo articolo è tratta da Ibis. Londra, British Ornithologists’ Union [1901]

Stella stellina, la notte si avvicina

Leggendo La notte si avvicina, crudele e bellissimo, ho pensato molto a Buzzati e in particolare al racconto Una cosa che comincia per Elle, con quel senso opprimente di fatalità e di condanna che si accresce e incombe fino a sopraffare chi legge. Caccia all’untore come caccia alle streghe e, in senso più ampio, caccia al mostro.

Ma ho pensato anche al bellissimo Bestiario di Italia di Gabriele Pino, che sono tornata a sfogliare in questi giorni riempiendomi di meraviglia.

La recensione libro di Loredana Lipperini su Librinuovi.net

L’immagine che accompagna questo articolo è tratta da Illustrations of Indian zoology. London, Treuttel et al. [1835]

Tu che mi guardi, tu che mi racconti

Karen Blixen racconta una storia che le raccontavano da bambina. Un uomo, che viveva presso uno stagno, una notte fu svegliato da un gran rumore. Uscì allora nel buio e si diresse verso lo stagno ma, nell’oscurità, correndo in su e in giù, a destra e a manca, guidato solo dal rumore, cadde e inciampò più volte. Finché trovò una falla sull’argine da cui uscivano acqua e pesci: si mise subito al lavoro per tapparla e, solo quando ebbe finito, se ne tornò a letto. La mattina dopo, affacciandosi alla finestra, vide con sorpresa che le orme dei suoi passi avevano disegnato sul terreno la figura di una cicogna.

Il protagonista del racconto di Karen Blixen ha una fortuna non comune, poiché riesce, dopo la nottata trascorsa a risistemare gli argini dello stagno, a vedere dall’alto, con i propri occhi, la cicogna che egli stesso ha disegnato camminando e scivolando nel fango.

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Utopia climatica #2

«Quei babbei effeminati usano inchiostro e carta per creare personaggi viventi e respiranti e tridimensionali», proseguì. «Splendido! Come se questo pianeta già non stesse morendo perché abitato da tre miliardi di personaggi viventi e respiranti e tridimensionali!»

Così Kilgore Trout ritrae l’Accademia Americana di Arti e Lettere in Cronosisma di Kurt Vonnegut (Minimum Fax, 1997). Parto dalle sue parole per allacciarmi al post di La Linea Laterale (Lamentarsi per noi e la Terra) sulla necessità di immaginare quello che non c’è perché mi sembra siano la risposta perfetta alla domanda sollevata da Ghosh ne La Grande Cecità (Neri Pozza, 2017):

qual è il posto del non-umano nel romanzo moderno?

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